to kalon
Vagliate tutto, trattenete il valore (1Ts. 5,21) cnusususususitititititititititititit

Pater et magister
inviato da Pietro, 21 febbraio 2007 @ 12:20
Il video di domenica scorsa che ne ha ripercorso la vita l'ha confermato ancora: il Don Giuss è un padre e un maestro.
Questo inedito presentato da Libero lo fa una volta di più. Si potrebbe dire che è profetico, ma è la Chiesa che è profezia della realtà, dato che ne porta misteriosamente il senso ultimo.
Oggi iniza la Quaresima, l'attesa della Pasqua: che sia per tutti tempo della memoria, resa viva e presente.

Cosa rimane
inviato da Pietro, 8 febbraio 2007 @ 15:33

Un uomo è morto, facendo il suo dovere di fronte a gente che in un certo modo pensava di fare il proprio piacere, e dopo quasi una settimana, cosa rimane?
Sull’ondata di emozione si è detto di tutto (pure troppo, come spesso succede anche a sproposito), sui rimedi possibili si è discusso a fondo (?), una soluzione sembra sia già stata trovata, il calcio, con buona pace di chi sembrava scandalizzarsi di questo, e poi il giorno stesso anticipava la ripresa dei campionati, non si può fermare, e a me, per dire la verità, non mi scandalizza più che tanto. Fra un po’ le cose tenderanno a tornare come erano sempre state, e quel che resterà saranno targhe ricordo, commemorazioni cittadine e almeno spero la riconoscenza e la simpatia umana per la famiglia della vittima. L’uomo è un animale in cammino, di corsa, e la memoria, se non è accompagnata dal riaccadere di qualcosa di presente, sbiadisce nel ricordo. E il ricordo va bene per i momenti nostalgici, ma non incide quasi mai sulla vita vissuta. Quel che mi interessa, perché è quello che resta, è il giudizio sul fatto, quella cosa senza la quale mi diceva un amico l’altra sera il fatto stesso non è tale.
Venerdì sera scorsa avevamo a cena un’amica di qui che è di Catania, che sarebbe partita l’indomani mattina presto perché la processione di S. Agata non si può perdere anche se si vive in Germania. Non abbiamo visto la tele altrimenti avremmo saputo subito quel che era successo, ma al suo rientro le ho chiesto com’era andata. Come vuoi che sia andata? Le stesse persone dello stadio erano quelle che portavano la santa in processione. Mi è venuto in mente quel che scriveva Vito: il male è nell’uomo. Ma per fortuna anche il bene. E un giudizio su quel che è successo non può prescindere da questo, dal fatto che il male è sempre possibile, ma – e Sant’Agata martire lo testimonia – c’è qualcosa che vince anche attraverso di esso: come affermano la predica dell’arcivescovo e l’editoriale de La Sicilia.
Quel che tocca a noi è riportare la questione al suo carattere originale, come affermano alcuni nostri amici romani, a riconoscere che la violenza rabbiosa nasce dall’esigenza di un significato per la vita che sembra non trovare risposta duratura in nulla. Occorre ribadire, una volta ancora, che è una questione di educazione, che è responsabilità non solo dei politici, dei dirigenti sportivi o dei tifosi, ma di tutti. E testimoniare, a parole e con la propria vita, questa possibilità paradossale di un bene attraverso il male e il dolore, che non è dell’uomo, ma accade nella storia.


Ancora su calcio, moralismo, educazione
inviato da Vito, 4 febbraio 2007 @ 11:23
E poi e poi, gente viene qui e ti dice
Di sapere già ogni legge delle cose
E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco
di verità fatte di formule vuote
E tutti, sai, ti san dire come fare,
Quali leggi rispettare, quali regole osservare,
Qual è il vero vero,
E poi, e poi, tutti chiusi in tante celle,
Fanno a chi parla più forte
Per non dir che stelle e morte fan paura.

La violenza nel calcio è solo uno dei tanti frutti di una mentalità che si è illusa di cancellare il male dalla natura dell'uomo. Una mentalità moralista per la quale i problemi del calcio stanno nei magheggi di qualche dirigente e nei toni aspri delle polemiche televisive, mentre per sistemare la questione della violenza basta scrivere qualche legge severissima che poi non si ha il coraggio (o la volontà) di applicare. Salvo poi indignarsi periodicamente quando il problema scoppia, e ricominciare a parlarsi addosso sull'onda emotiva di una morte assurda, minacciando di fermare tutto per un anno, quasi fosse un ricatto verso il popolo bue che non può vivere senza panem et circenses.

Un mio amico si chiedeva giustamente: che fare? Perché nelle scuole si parla tanto di droga, di razzismo, delle barbarie della storia, e poi i risultati sono questi? E anche nei commenti al mio post precedente, si conveniva che è necessario un cambio di mentalità. Ma per cambiare la mentalità non basta inculcare nei ragazzini i valori astratti del buonismo e del politically correct. Se non si ha davanti qualcuno che fornisca delle ragioni per assumersi le proprie responsabilità di fronte al mondo, qualcuno che testimoni un amore concreto per la vita in tutte le sue sfaccettature, sarà sempre più comodo cedere agli istinti più biechi: fare i teppisti nelle curve, sfasciare le vetrine dei McDonald's, o gettare i sassi dai cavalcavia. Non serve a un tubo parlare del protocollo di Kyoto o dei campi di concentramento, se non si ha l'onestà di affrontare la domanda fondamentale dell'uomo, cioè il fatto - per dirla con Guccini - "che stelle e morte fan paura".