to kalon
Vagliate tutto, trattenete il valore (1Ts. 5,21) usususususititititititititititititit

Unendlich /2
inviato da Vito, 11 ottobre 2007 @ 21:46
E' possibile che un autore che non vive l'esperienza del cristianesimo finisca per scrivere un libro pieno di citazioni cristiane? Michael Ende, come ci faceva notare Berlicche — che manco a dirlo ne sa sempre una più del diavolo — si era legato all' antroposofia di Rudolf Steiner, una corrente di pensiero decisamente incompatibile con la visione cristiana della salvezza dell'uomo. Tanto per avere un'idea, il sito che ho linkato sopra introduce l'antroposofia con questa citazione:

L'uomo rimane nel suo stato incompiuto se non afferra in se stesso la materia della trasformazione e non si trasforma per forza propria. La natura fa dell'uomo semplicemente un essere di natura; la società ne fa un essere che agisce secondo date leggi; egli può diventare un essere libero solo per forza propria.
(Rudolf Steiner)

Si tratta di argomenti che meriterebbero una preparazione culturale ben più solida di quella del sottoscritto; tuttavia, non è difficile scorgere l'influenza di queste teorie su La storia infinita. L'obiettivo che il protagonista, Bastiano, scopre nel corso del racconto, è quello di trovare la sua vera volontà, ma si tratta di una ricerca essenzialmente interiore: le vicende a cui va incontro stimolano certamente la sua libertà, ma la risposta che deve tirar fuori, in fondo, è già interamente scritta dentro di sé. Tutti i personaggi che egli trova sulla sua strada sono utili in un modo o nell'altro per avvicinarlo allo scopo, ma nessuno è decisivo: la sua salvezza non è ultimamente dovuta all'incontro con un Altro.

Guardandolo in questo modo, potremmo tranquillamente definirlo un libro "non cristiano", sebbene siano giusti e lodevoli i valori umani che vuole testimoniare, così come è sicuramente affascinante la concezione di libertà che ne traspare.

Detto questo, mi sia però concesso di contraddirmi almeno parzialmente, scendendo nel dettaglio di qualche singola pagina.

Non voglio dilungarmi troppo sul finale, perché chi non ha letto il libro certamente non gradirebbe. A chi invece l'ha fatto, non sarà sicuramente sfuggita la somiglianza tra la descrizione che fa Ende delle "Acque della vita" e il brano del Vangelo di Giovanni dove si narra dell'incontro di Gesù con la samaritana.

Noi, le Acque della Vita!
da se stesse generate,
fonte tanto più arricchita,
quanto più vi dissetate
(La storia infinita, cap. XXVI)

"Chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna."
(Gv. 4,14)

Già dalle prime pagine, in realtà, si possono scorgere altri richiami evangelici. All'inizio della storia, ad esempio, il centauro Cairone è incaricato di consegnare il talismano detto AURYN al personaggio che dovrà portarlo con sé nel corso della sua missione. Senza pensarci due volte, questo intervento mi ha fatto pensare immediatamente a un altro brano di Giovanni.

Cairone scalpitò per qualche istante, battendo un paio di volte gli zoccoli sul pavimento, fino a quando l'agitazione che aveva colto la folla si fu calmata. Poi disse con voce profonda: "Amici, non meravigliatevi troppo. Io porto AURYN solo per breve tempo. Ne sono soltanto il latore. Ben presto cederò lo Splendore a uno ben più degno di me".
(La storia infinita, cap. II)

Giovanni rispose loro: "Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo".
(Gv 1,26-27)

Ancora più eloquente è questa poesia. Qual è l'attributo discriminante che racchiude la differenza tra gli abitanti del regno di Fantàsia e gli uomini che vivono sulla terra? Qui Ende non usa mezzi termini.

Ci sono, oltre Fantàsia, dei potenti
nel Regno detto il Mondo del di Fuori,
laggiù le cose sono differenti,
quelli sì sono ricchi, quei signori!
Sono detti laggiù Figli d'Adamo,
gli abitanti del terrestre impero,
e figlie d'Eva son, genere umano,
veri fratelli al solo Verbo vero.
(La storia infinita , cap. VII)

Non c'è antroposofia che tenga: qui, in modo forse totalmente inaspettato, Ende parla della verità dell'uomo legandola indissolubilmente all'incarnazione del Verbo. Come sia stato possibile per lui conciliare le due posizioni, non ci è dato saperlo, e troppo poco conosciamo della sua biografia. Ci piace pensare che, da buon bavarese, alla prova dei fatti abbia spesso preferito attingere alla secolare tradizione cristiana del suo popolo, piuttosto che alle filosofie peregrine da cui si era lasciato sedurre.

Unendlich /1
inviato da Vito, 6 ottobre 2007 @ 01:56
Stregato dal film, visto e rivisto da bambino, per anni ho desiderato leggere La storia infinita di Michael Ende. Devo però confessare che alla fine, adesso che ce l'ho sul comodino da oltre un mese, lo sto trovando molto meno agile di quanto immaginassi. In alcuni capitoli si fa un po' fatica a star dietro ai meandri del racconto. In compenso, ci sono altre pagine che spiccano decisamente e che saranno difficilmente dimenticabili. Prendiamo questa.

Bastiano aveva mostrato al leone la scritta sul rovescio dell'amuleto. "Che cosa può significare?" domandò. "FA' CIO' CHE VUOI, questo vuol dire che posso fare tutto quello che mi pare, non credi?"
Il volto di Graogramàn assunse d'improvviso un'espressione di terribile serietà e i suoi occhi divennero fiammanti.
"No", esclamò con quella sua voce profonda e tonante, "vuol dire che devi fare quel che è la tua vera volontà. E nulla è più difficile."
"La mia vera volontà?" ripetè Bastiano impressionato. "E che cosa sarebbe?"
"E' il tuo più profondo segreto, quello che tu non conosci".
"E come posso arrivare a conoscerlo?"
"Camminando nella strada dei desideri, dall'uno all'altro, e fino all'ultimo. L'ultimo ti condurrà alla tua vera volontà."
"Ma questo non mi pare tanto difficile".
"Di tutte le strade è la più pericolosa", replicò il leone.
(M. Ende, La storia infinita, cap. XV)

L'istinto contrapposto al desiderio. Anzi, ai desideri, perché ciascuno rimanda a uno più grande. L'immediatezza del "fare ciò che ti pare" contrapposta alla responsabilità e alla fatica di un cammino. Il sentimento contrapposto alla verità, la quale ultimamente è mistero: inconoscibile nella sua totalità, se non quando si giunge alla fine della strada. Insomma, a farla breve: qualcuno storcerà il naso se dico che questa pagina spiega la differenza tra il libero arbitrio e la libertà?

In Memoriam
inviato da Pietro, 26 settembre 2007 @ 23:33

Il 16 settembre è morto Robert Jordan. A molti di voi il nome non dirà niente: era (è) uno scrittore di fantasy, relativamente poco noto in Italia, ma decisamente idolatrato in America. E’ l’autore di una delle saghe fantasy più corpose di tutti i tempi, se non la più corposa, la saga della Ruota del Tempo. L’ho incontrato la prima volta all’epoca del liceo, quando il mio fornitore ufficiale Michele mi sottopose i tre libri allora usciti in italiano (entrambi pensavamo fosse l’ennesima trilogia, salvo poi arrivare alla fine del terzo e scoprire che la storia iniziava solo allora…). L’autore stimolava: laureato in fisica, poi messosi a scrivere di fantasy. Per uno che stava per iniziare l’avventura dell’università, e aveva la passione del fantasy, era un cocktail irresistibile. Poi la casa editrice (credo fosse la Mondatori, ma non ricordo) decise di non andare avanti con le traduzioni, e per qualche anno finì lì.

La curiosità tornò col tempo, e andai a cercare come andava avanti la storia: lui continuava a scrivere libri su libri, finché finalmente nel 2005 decise che il prossimo sarebbe stato l’ultimo. Il dodicesimo. Decisi che forse era il caso di incominciare a leggerli: nel frattempo la Fanucci aveva ricominciato a pubblicarli e a tradurli, ma ormai ero arrivato a Monaco, leggere in inglese serviva come esercizio e comunque il tempo delle traduzioni è sempre lungo. Serviva solo l’occasione: venne in viaggio di nozze, durante la visita di dovere da Barnes&Nobles al Greenwich Village, la libreria di Martin Mystére. Presi i primi tre, quelli che avevo già letto. Poi i successivi sono arrivati da Hugendubel di Marienplatz, il reparto di libri in inglese. Ad ora sono alla fine del sesto, quindi quasi a metà strada: non è una strada breve, ogni libro sono almeno 800 pagine, e io leggo quasi solo sui mezzi per andare al lavoro. Ha creato un mondo di complessità incredibile, dove decine di personaggi – di cui almeno una decina principali – si intrecciano sullo sfondo di una rinnovata sfida finale fra il bene e il male. E ogni personaggio ha un suo spessore, nessuno sembra tagliato con l’accetta; ogni popolo ha le sue caratteristiche, ogni regione la sua storia: a volte mi chiedo che documentazione avesse per ricordarsi tutto. Non per vantarsi, ma solo un fisico poteva tenere dietro ad una tale matassa.

Nel frattempo, scoprii che il nostro aveva un blog: credo nato per discutere coi fans, era diventato poi fondamentale quando l’anno scorso annunciò al mondo di avere l’amiloidosi. Non chiedetemi cos’è, non lo so bene: è comunque una malattia cronica, incurabile. Gli avevano dato una aspettativa media di vita di 4 anni, aveva deciso di battere le statistiche, è passato a miglior vita dopo neppure due. Ha continuato a scrivere sul blog, anche se saltuariamente, e a volte a scrivere per lui le risposte ai fan, che a migliaia intervenivano per sostenerlo e pregare per lui, ci pensavano la moglie e il miglior amico. Una settimana prima di morire, forse presago di quel che sarebbe successo, ha preso da parte questi due e ha passato un pomeriggio a raccontargli come avrebbe voluto terminare la saga. Perché l’ultimo libro è rimasto incompiuto, non è riuscito a finirlo. Per farvi capire, con le debite proporzioni, è come se la Rowlings fosse morta sei mesi prima di finire l’ultimo Harry Potter.

Scrivo non per raccontare della storia, ne trovereste abbondanti notizie in giro per la rete. E se siete appassionati e avete tempo, suggerisco di leggerlo, è meglio. Scrivo perché di fronte ad una morte che sembra impedire di portare a termine il lavoro di una vita, viene da pensare che è un mistero il fatto che una tale creatività rimanga come incompiuta. Ma forse è solo lo stesso mistero dell’origine di tali creatività, che sono capaci di creare mondi capaci di solleticare la fantasia, far passare lieti momenti a leggere e farti compagnia. Scrivo in fondo per ringraziare lui e Colui che questa creatività gli ha dato. Colui che l’ha accompagnato fino alla fine: Jordan era episcopale, il ramo americano degli anglicani, e anche durante la malattia ha continuato a ricevere la comunione a casa. Se ne è andato senza vacillare nella fede, scrive il suo amico sul blog, e senza protestare sul tempismo di Dio. Se non fosse bastato quello di saper creare mondi, già un dono così sarebbe stato sufficiente.