to kalon
Vagliate tutto, trattenete il valore (1Ts. 5,21) usususususititititititititititititit

Delle due la seconda
inviato da Pietro, 2 novembre 2008 @ 22:33

Avevo detto che c'erano due cose riscoperte nel nostro rientrio in Italia. Della prima ho già detto, e aggiungerò qualcosa dopo questo weekend che ci ha visto fare un tuffo nel passato con visita ai cimiteri familiari sparsi per la Lomellina.

La seconda cosa che c’era ma cambia è il lavoro. E qui quando dico cambia lo dico in senso letterale: partito nella mia strada lavorativa per inseguire il sogno di restare in università, e seguitolo fino ad arrivare in Germania, mi son trovato a fare i conti con la realtà e ad accettare la nuova sfida della media impresa del nostro Nord produttivo. Come dice il mio fratello fresco padre, tutti avrebbero pensato ad un futuro contrario per noi: ora lui prosegue il suo cammino della docenza-ricerca universitaria, mentre io mi sto imbattendo in questo nuovo strano mondo che è la libera impresa. Devo dire che il primo impatto è stato immediatamente positivo, ma ogni nuovo inizio porta dentro di sé quell’interesse e quell’attrattiva della novità appunto che lo rendono vicino, e a volte il proseguire fa sfumare l’impeto iniziale. In più, venivo da una situazione che davvero (e forse adesso a posteriori e per paragone me ne rendo ancora più conto) si stava incancrenendo, come stimoli, come sviluppo e come ambiente in generale. Ho preferito aspettare un po’ per gettare giudizi, che è sempre meglio: ma ancor oggi mi sveglio la mattina lieto per il lavoro da andare a fare, e questo vorrà pur dire qualcosa. Certo, man mano che passa il tempo mi accorgo che c’è molto da imparare, e forse anche da migliorare come si lavora: ma farà parte, spero, del contributo che potrò dare lì dove sto.

Quel che adesso mi viene da dire è che esser sempre lieti quando si lavora è anche una grazia, un qualcosa che non è scontato. Anche che l’ambiente di lavoro sia godibile e piacevole (a parte alcune eccezioni che sono anche riuscito a provocare) è qualcosa che non è di tutti. E questo rende semplice, nel senso in questo caso anche di facile, accorgersi che uno è di più se stesso quando lavora, cioè in qualche modo contribuisce alla creazione del mondo così com’è.

D’altra parte, questa facilità, anche se fosse solo momentanea, proprio in quanto facile chiede una responsabilità, che cioè quello che oggi è evidente sia come messo a  tema nel rapporto con i colleghi, che uno, forte di una situazione anche favorevole e di un giudizio riconosciuto corrispondente, giochi questo giudizio nella vita di relazioni che inevitabilmente si crea in un posto dove noi si passa un terzo della nostra vita. E’ una sfida anche questa, anche più interessante perché lavoro in una ditta dove alcuni dei soci sono del movimento, e alcuni dei miei colleghi pure, quindi il rischio di darsi per scontati o di non implicare fino in fondo la sfida della serietà di un giudizio perché tanto ci sono altri che possono farlo e sono lì da più tempo è sempre dietro l’angolo. Vi terrò aggiornati, per ora buon lavoro a tutti.

Una aggiunta finale: che il nostro orizzonte sia il mondo anche qui non sarà solo un’ipotesi: fra due settimane torno a Monaco per una fiera, e stiamo aprendo in Cina. Chissà che questo blog non possa diventare un giorno intercontinentale. A noi per ora basterebbe che tornasse ad essere a 4 mani...


Il trucco c'è, e si vede
inviato da Pietro, 25 aprile 2008 @ 10:41

Non si tratta di capire e riprodurre, ma solo di domandare che riaccada e di riconoscerlo. Questo è il trucco del cristianesimo. Altrimenti, anche tutto il fare quel che si deve fare, l’impegnarsi a fondo con la realtà, l’essere bravi là dove si è chiamati a stare, si riduce alla sterile esecuzione da bravi bambini del proprio compitino. Altrimenti non si capirebbe a cosa serve la Resurrezione e la Chiesa, il corpo e il sangue di Cristo.
Me ne accorgo in un periodo in cui il mio bel da fare ce l’ho, e neppure poco: due giorni alla settimana a Cadolzburg ad imparare il nuovo lavoro, il resto a Monaco a finire quello precedente, un battesimo da preparare, un trasloco da pensare, adesso questo fine settimana gli Esercizi. Si fa quel che si deve fare appunto. Ma che non sia sterile doverismo lo dimostra solo l’atteggiamento che uno ha, se si domanda che attraverso di quello riaccada e si dimostri palese che Cristo vince. Altrimenti, non si scopre nulla se non quanto siamo bravi noi. Che quando poi non lo siamo, e capita spesso, resta solo il rimpianto di un giorno sprecato.
La prima volta che sono andato a Cadolzburg, il lunedì giorno delle elezioni in Italia, ero pronto e carico: sapevo quello che dovevo fare, ho conosciuto le persone che lavorano lì, mi sono messo a studiare di buona lena, ho fatto quel che dovevo, la sera stanco ho rinunciato a farmi il viaggetto verso Norimberga a trovare l’amico del Movimento per starmene a letto e riposarmi per l’indomani (anche se a sentire per telefono i commenti a Porta a Porta), il giorno dopo di nuovo a studiare, due giorni di manuali perché è quello che dovevo fare, un po’ di irritazione di questi tedeschi che ne mancasse uno che non ti dice buon giorno, buon pranzo e buona serata, ma di più glielo devi strappare con le tenaglie, comunque lasciamo perdere, tanto li conosco, alle 18 di martedì ripreso il treno, finito quel che dovevo fare, si torna a casa. Seduto sul primo dei treni per rientrare a casa mi sono trovato a pensare: cos’è accaduto in questi due giorni? E la risposta che mi veniva era: niente di nuovo, niente che non sapessi già, perché non ho lasciato che accadesse. Credo sia il rischio della dittatura degli impegni: che diventano legge su quel che può succedere oppure no. E invece noi abbiamo bisogno che riaccada qualcosa di eccezionale, per poter dire sempre e di nuovo sì. Arrivato la sera stanco a Monaco, un panino alla stazione e poi scuola di comunità: non basta, forse addirittura a volte non serve capire tutto, dobbiamo avere un luogo dove vederlo riaccadere.
Non è facile, perché gli impegni ci sono comunque, e non è che possiamo o dobbiamo eliminarli. Ma lo spazio per l’ospite inatteso deve esserci sempre. Questa settimana sono tornato a Cadolzburg con questo giudizio in mente: non è che automaticamente accade qualcosa, ma è come se la tua disponibilità a lasciarti colpire ti permette di accorgerti di tutto quello che c’è. E allora, pur nello studio di altri due giorni, nel rapporto col tipo che ti spiega come si fa il layout di dispositivi a partire dalle specifiche del cliente, nell’atmosfera comunque diversa di un posto dove due colleghi lavorano fianco a fianco e poi mangiano ognuno la propria vaschetta senza neppure rivolgersi parola, uno chiede che Cristo vinca pure lì, e soprattutto vinca il mio non essere semplice, il mio pensare cosa vuoi che succeda? Perché coinvolgersi troppo, e per giunta dovendo farlo in tedesco, che quando è tecnico ancora passi, ma nelle conversazioni con dei franconi diventa ostico? Forse perché a volte è quello che non è previsto che dà senso e significato a quello che rientra negli schemi: come una chiacchiera durante il pranzo, sempre con le solite tenaglie, o un discorso prima di andare a casa col capo del marketing, che ti illumina sulle prospettive del tuo lavoro come neppure tanti manuali, o finalmente la cena con Marcelo (un  paraguagio che fa la pasta per due italiani!! E la condisce con polpettine…) e l’amico Chicco, a parlare delle elezioni in Paraguay, di un dottorato sul Mersocur in Germania, delle proprie vite drammatiche eppure salvate, a volte addirittura sembra contro la propria voglia, con una libertà e una gratuità grandi da amici, cioè testimoni. Perché la nostra salvezza è in un Altro, neppure in quello di grande e buono che siamo capaci di fare. Altrimenti si può essere fortunati o meno, a seconda di quanto siamo bravi, o di chi vinca le elezioni, che sia un vescovo che decide di candidarsi per il bene del popolo ma contro il parere della Chiesa oppure il Popolo della Libertà che darà o meno spazio agli amici cattolici, anche nostri.
Non è, l’ho già detto, un discorso contro l’impegno, che anzi in questo periodo cerco di sottrarmi il meno possibile a tutto quel che c’è da fare. E’ solo che mi accorgo che se la legge dell’uomo religioso è Vivere il reale, questo non basta, è solo la condizione necessaria. C’è bisogno ci chiedere che accada qualcosa dentro il reale che ne trasfiguri la sua esistenza, la compia e me la renda mia quale che siano le circostante. E chiedere di riconoscerlo. Si chiama Cristianesimo. E’ quello che chiedo oggi partendo per Wertach, nell’Allgau, per i miei terzi e per ora ultimi (mai mettere limiti alla Provvidenza) Esercizi della Fraternità in Baviera. E’ quello che chiederemo sabato prossimo battezzando Michele. E’ quello che prego di scoprire ogni giorno. Solo così siamo sempre fortunati. Buon viaggio a tutti.


Di elezioni, lavoro, bimbi e altre sciocchezze
inviato da Pietro, 4 marzo 2008 @ 11:25

Il 70% in Russia fa parlare di dittatura e brogli elettorali, a Monaco (dove si riconferma per i prossimi 6 anni il sindaco uscente SPD) si elogia il trionfo. A noi resta il gusto di aver votato in Germania: nessun poliziotto nei seggi, nessuna cabina ma dei semplici banchetti coperti da un paravento, un lenzuolo enorme per eleggere il consiglio comunale (in teoria, avevamo 80 voti, da poter distribuire dando un massimo di 3 preferenze a candidato), file anche dentro il seggio. Preoccuparsi dei brogli, e perché? Siamo tedeschi…  Seggi aperti dalle 8 alle 18 (i pigri o chi aveva già prenotato le vacanze potevano anche votare per posta), risultati disponibili già alle 19. Dal giorno dopo i cartelloni vanno a sparire. Adesso aspettiamo di votare come iscritti all’AIRE per la sezione estero, e intanto assistiamo da lontano al teatrino della nostra politica. Rimando altrove per giudizi interessanti, in attesa che i giochi si chiariscano.

La questione lavoro, per come sono fatto io, ha assunto connotati poco tranquilli con le contro-offerte dei miei due capi, a Trieste e Monaco. Tanto contento quando la scelta era semplice perché sembrava obbligata, mi sono trovato a ripensare quando l’obbligatorietà è sembrata venir meno: perché uno vorrebbe fare la scelta giusta, non solo una scelta fra tante. Alla fine scegliamo per Milano, nonostante la prevedibile fatica di un altro trasloco e di una nuova realtà: il lavoro è affascinante, e le prospettive interessanti. Si porta a casa anche una serie di discussioni sul lavoro e sul giudizio su di esso, che risuona anche (coincidenze? E chi ci crede?) dal testo di SdC: che ricchezza di esperienza è sempre quando un qualcosa è preso sul serio e buttato sul tavolo, se c’è gente che questa sfida la raccoglie ed è sempre pronta a provocarti.

Si appresta a diventare quindi la settimana più interessante e piena della mia vita: oltre a dover definire questo passaggio lavorativo, ormai Michele è giunto al termine dei suoi nove mesi di tranquillità nella pancia della sua mamma, ed è l’ora che venga ad affrontare questo mondo. L’ultima visita conferma che tutto va bene, e se sabato non è ancora nato, andremo comunque in clinica per un controllo. Ormai l’attesa è diventata febbrile, e non solo la nostra. Se saremo ancor meno presenti nel prossimo futuro, sappiate che avremo qualcosa di più evidente a cui dedicarci.

E nel frattempo, dovrò anche chiedere il rimborso delle tasse all’Italia, che forse sarà l’impresa più difficile di tutte: nel 2006 alla fine avrei dovuto pagare solo qui in Germania, e quindi in teoria mi spetta il rimborso delle imposte versate in patria. Da un rapido confronto degli importi uno si pone alcune domande, niente di nuovo purtroppo ma a volte sorprendente: con moglie a carico, qui in Germania mi sono trovato a pagare un quarto di quello che ho pagato in Italia. Inutile dire che la differenza nei servizi è tutta a favore della Germania. E non parliamo degli assegni familiari: per il primo anno un bimbo qui prende un piccolo stipendio (450 euro circa), ovviamente per tener conto delle spese suppletive che comporta. Lascio aperta la domanda di dove vadano a finire i soldi delle tasse italiche.

A volte, bisogna proprio amarlo il nostro paese per pensare di tornarci. Ma noi non si ha paura di impastarsi con la realtà che c'è, e in certi momenti sembra che la realtà stessa voglia accontentarci, anzi quasi costringerci. Saluti a tutti, e sopratutto un abbraccione a Vito, con un avviso-minaccia: stiamo arrivando...


Giorni decisivi
inviato da Pietro, 12 febbraio 2008 @ 18:08

Sono giorni decisivi è un’espressione ad oggi abusata. Sarà che nel mondo di oggi ogni decisione sembra improvvisamente pesante (oppure è tutto il resto che non conta niente, il che mi fa ancora più paura), ma che ogni cosa diventi decisiva dice a volta della pochezza di questa decisività. Io mi permetto di usarla per descrivere questi nostri giorni, e poi si vedrà se a sproposito.
Innanzitutto, decisivo ha diversi significati a livello temporale: ricorda qualcosa nel passato che è risultato decisivo, o semplicemente l’incombenza di qualcosa presente che per la sua importanza già si annuncia essere decisivo, oppure si riferisce ad un fatto che deve portare a decisioni per il futuro. La settimana passata è stato esempio di tutti e tre questi livelli, e lo strascico continua, perché certi avvenimenti non si spengono nel barlume di un istante e un certo livello di decisività rimane per la vita.

L’8 febbraio il conto dei mesi ha toccato quota 120: sono 10 anni da quando io e Anto ci siamo fidanzati, in una sera di inverno che sembra lontanissima, sulle note di Dicitencello vuie….Con buona pace di chi ritiene inutile festeggiare gli anniversari, noi avremmo voluto far qualcosa di speciale. Un Puntone nella pancia e quel che dirò dopo ci hanno un po’ tarpato le ali, e allora ci siamo accontentati di rendere eccezionale il quotidiano, allungando il festeggiamento a tutto il weekend, con pranzi e dopocena da amici e quella tenerezza un po’ più manifesta che nasce dall’accorgersi del dono che ci è stato fatto nell’incontrarci e trovarci. Dei gesti di romanticheria mantengo il riserbo.

Mercoledì scorso ennesima ecografia: Puntino sta benone, e ha tagliato il traguardo del nono mese. All’avvicinarsi della scadenza l’attesa sale di intensità, e si moltiplicano le congetture sulla data: adesso ho scoperto che la luna giocherebbe un suo influsso. Non si capisce bene se la luna piena o quella nuova, la fase calante o quella crescente, comunque sicuramente ne gioca uno….dopo che è nato diremo quale. Anto si prepara, e stasera faremo la serata del corso preparto col partner: tutta da ridere. Questo nuovo protagonista della nostra vita si sta rendendo sempre più evidente e sensibile, e con l’attesa si mischia un po’ di paura. Intanto ha finalmente un nome, anzi tre: Michele (uno dei papabili, con una serie di valori aggiunti, fra cui l’essere il mio secondo nome e un nome della famiglia di mia mamma), Lorenzo (uno dei patroni di Roma, di cui ricorre quest’anno il Giubileo) e Maria (fra l’altro, la patrona della Baviera, terra di nascita del nostro).

E’ anche stata settimana di decisioni per il futuro lavorativo. Ho ricevuto una proposta per un lavoro nei dintorni di Milano, una società di elettronica interessata a sviluppare il settore dei sensori di pressione, cui sono andato bene e che mi ha offerto delle prospettive interessanti. Si tratta solo di cambiare di nuovo location (da Monaco a Milano o dintorni) e mestiere (via dal mondo accademico per l’industria). Sembrava una decisione semplice, nel senso che i fattori erano tutti a favore, vista una certa qual cronica incertezza e instabilità del mio attuale ricercare universitario, ma l’ultima settimana ha visto le reazioni dei miei attuali capi, per certi versi inaspettate, sicuramente gradite, ma che hanno reso più complicata la scelta. Per natura sono un tipo a cui non piace dover decidere, e la semplicità (leggi direzione naturalmente evidente) di una certa decisione è uno dei miei desideri più profondi. In questo caso, non è stato così. Dopo giorni di riflessioni e discussioni, mi sono accorto che non si trattava di prendere la decisione giusta, e che forse una giusta in senso stretto non ci fosse. Bisognava tener conto delle necessità evidenti e cogenti di una famiglia in crescita e per ora dipendente da me, considerare le proprie attitudini e passioni, le condizioni economiche e lavorative, l’ambiente dove si andrebbe a stare, mille altri fattori che non indicavano però una sola strada o una sola scelta. C’era solo da decidere quali rischi uno fosse disposto a correre, quale avventura intraprendere, in questo momento storico della propria vita. Abbiamo deciso per Milano, anche se la cosa deve essere ancora ratificata, e si deve vedere come la prendono i miei attuali capi.

Sono stati e sono giorni decisivi, spero sia un po’ più chiaro e non del tutto fuori luogo. Per tutto quel di decisivo che è accaduto, accade o deve accadere, ci si affida alla Madonna (ieri i 150 anni di Lourdes) e si è sempre più grati della compagnia in cammino nella quale ci si trova. Siamo fortunati.


Conferenza a Madeira
inviato da Pietro, 3 febbraio 2008 @ 23:20

4 giorni a Madeira per una conferenza. Subito una sorpresa, brutta solo per le mie presunte doti di onniscienza: l’isola del Legno (in portoghese Madeira, la prima risorsa che i coloni usarono di essa) non c’entra nulla con le Azzorre come pensavo, anzi è più vicina alle Canarie che a loro…va beh, c’è sempre da imparare.
La conferenza è andata bene, meglio di quanto pensassi ma comunque non era proprio il nostro topic. Ho conosciuto un simpaticissimo brasiliano di Belo Horizonte che mi ha pure fotografato mentre parlavo, albergo a 5 stelle e mi sono goduto il social event insieme ad un gruppo di tedeschi (fra cui un professore maniaco delle foto), un austriaco e una coppia di olandesi: balli locali e vino di Madeira, il migliore al mondo, secondo non so quale classifica…Se fosse potuta venire anche la signora, avremmo rasentato la perfezione.
Mi sono anche preso una mezza giornata di libertà per visitare l’isola, per la precisione Funchal, l’unica vera città di Madeira. Alcune osservazioni:
-   in fondo in fondo da solo divento il tipico turista: soliti percorsi, soliti negozi (anche se quello di pizzi che ho trovato era davvero stupendo, e mi sono un po’ lasciato andare per moglie e figlio…), soliti luoghi. A parte forse la “mania” iniziata a Mont. St Michel, di andare a pregare in una chiesa dedicata a San Pietro (Saõ Pedro) e un po’ di passione per i percorsi storici…
-   che l’Europa abbia radici cristiane lo si vede anche dal fatto che più della metà di quello che viene considerato monumenti sono chiese, monasteri o edifici comunque legati alla storia della Chiesa. Per non parlare dei nomi (Funchal è divisa in tre zone, Sao Pedro, Sao Gonzalo e la Sé, il centro, la zona della sede vescovile). Spero che non siano considerati solo monumenti, ma questo non sono in grado di dirlo solo da un pomeriggio in giro;
-   Funchal è pittoresca, ha un clima particolarmente noioso (fra i 15 e i 25 gradi lungo tutto l’anno), e impressiona la quantità di abitazioni sulle sue coste, per giunta senza stonare col paesaggio. Ma niente di più esaltante o esotico della riviera amalfitana o delle Cinqueterre, e infatti era pieno di tedeschi e americani, ma italiani ho visto solo quelli della conferenza.

Adesso inizia una settimana impegnativa, e non solo perché qui è Carnevale, e lo prendono seriamente. Ecografia, anniversari e decisioni per l’esistenza: ne parleremo nei prossimi giorni. Buona vita a tutti!